Scienza Maledetta

L’esperimento di Milgram sull’obbedienza nel 2020? Sì, con la Realtà Virtuale

Ultimo aggiornamento: 11 Agosto 2020

Il controverso Milgram Experiment (1961) ha dato vita ad un dibattito, tutt’ora acceso, sull’inclinazione dell’uomo ad assecondare gli ordini dell’autorità. Tuttavia, scienziati e psicologi concordano su un punto: non potrebbe mai essere replicato ai giorni nostri.

Siamo d’accordo.

Ma siamo anche d’accordo che oggi esiste la Realtà Virtuale.

E gli spagnoli.

Introduzione

Si può essere d’accordo o meno con le conclusioni della serie di esperimenti di Stanley Milgram condotti a Yale negli anni 60. L’uomo è davvero così incline a obbedire agli ordini dell’autorità? La questione non è così semplice e infiamma da decenni il dibattito tra scienziati e psicologi. Ancora nel 2012, gli psicologi Reicher e Haslam hanno pubblicato un articolo di critica degli esperimenti di Milgram e Zimbardo (quello della “prigione” di Stanford) aggiungendo nuovi elementi che possono influenzare il conformarsi agli ordini provenienti da un capo o alle azioni, qualunque esse siano, di un gruppo a cui si sente di appartenere o a cui si vorrebbe appartenere.

C’è un solo punto che mette tutti d’accordo: per come fu strutturato, il Milgram Experiment non potrebbe essere rifatto, tale e quale, ai giorni nostri.

Bene. Quest’anno, 2020, al Dipartimento di Psicologia Clinica e Psicobiologia dell’Università di Barcellona (Spagna), Pierre Bourdin (Universitat Oberta de Catalunya) e colleghi hanno innalzato un gigantesco DITO MEDIO rivolto verso ogni forma di etica e hanno deciso di riprodurre l’Esperimento di Milgram usando la Realtà Virtuale (VR).

E non solo. Consci che, in ogni caso, sarebbero stati accusati di immoralità, hanno fatto precedere il remake dell’esperimento sull’obbedienza di Milgram da una vera e propria simulazione di molestia sessuale di gruppo.

Giuro.

Adoro gli spagnoli.


L’esperimento: rifare il Milgram Experiment con la Realtà Virtuale

Pubblicato su Nature il 4 Aprile 2020, il paper: “An Embodied Perspective as a Victim of Sexual Harassment in Virtual Reality Reduces Action Conformity in a Later Milgram Obedience Scenario“, che documenta l’esperimento, è disponibile in full access in lingua inglese.

Prima di entrare nel dettaglio di ciò che hanno combinato gli scienziati spagnoli, suggerisco la visione del video ufficiale dell’esperimento. Dura solo 6 minuti, non fate i pigri!

I perché dell’esperimento

L’esperimento risponde ad un quesito posto dall’U.S. Office of Naval Research (che ha finanziato la ricerca): esistono circostanze in cui un gruppo di militari compie atti illegali e immorali contro terzi e ogni membro del gruppo agisce in questo modo solo per solidarietà col gruppo e per conformismo. Ci sono modi per contrastare questo fenomeno?

L’esperimento nasce quindi come tentativo di manipolare il paradigma di Milgram, ovvero l’inclinazione ad obbedire all’autorità (“Io eseguo solo gli ordini“) specie se rinforzata da finalità che il volontario accetta (“Lo faccio per la Scienza“), e dall’istinto di conformarsi ad un gruppo (“Se lo fanno loro lo faccio anche io“) anche se questo significa nuocere ad un proprio simile.

La [geniale! – N.d.A.] premessa dei ricercatori spagnoli è stata quella di anteporre alla replica dell’esperimento di Milgram una simulazione (anch’essa in VR) di molestia sessuale ai danni di una donna, in cui una parte dei volontari incarnasse un membro del gruppo di tamarri molestatori, una parte incarnasse la vittima, e il classico gruppo di controllo che non era né la vittima né parte del gruppo.

Un totale di 60 volontari maschi è stato quindi così suddiviso:

  • 20 volontari hanno interpretato la donna vittima di molestie
  • 20 volontari hanno interpretato un membro del gruppo di molestatori
  • 20 volontari (gruppo di controllo) ha vissuto una situazione neutra, senza vittima né molestatori

La finalità dell’esperimento è verificare se due situazioni “estreme”, come il subire molestie sessuali oppure essere parte di un gruppo che le mette in atto, influiscono sul conformarsi agli ordini dell’autorità.

Prima parte dell’esperimento: la molestia

Il BAR.

Lo scenario è semplice. Un bar all’aperto. Quattro uomini seduti, di fronte a loro un’avvenente donna sta bevendo qualcosa da sola al suo tavolo. Partono i primi “complimenti”, che ben presto sfociano in apprezzamenti poco lusinghieri e in vere e proprie minacce.

20 volontari, immersi nella realtà virtuale, impersoneranno un componente del gruppo di uomini. Altri 20, invece, impersoneranno la donna [anche vista in terza persona, a video, è inquietante, lo ammetto – N.d.A.].

Una settimana dopo. Seconda parte: il remake del Migram Experiment.

Il “Milgram Scenario”

Il personaggio virtuale a sinistra (fig. A) fornisce al partecipante le istruzioni per l’esperimento. L’allieva è dall’altra parte della stanza. Vengono mostrati due dei tre sperimentatori virtuali. (fig. B) Il partecipante aumenta il livello di shock mostrato sulla macchina e l’allieva è l’altro lato del tavolo mentre gli sperimentatori virtuali stanno guardando.

La procedura dell’esperimento è grosso modo identica all’originale: l’allieva deve comporre coppie di parole scegliendo tra diverse opzioni disponibili. Se sbaglia, il volontario dovrà infliggerle uno shock elettrico punitivo. Se indovina, si passerà al quesito successivo.

Risultati

Le variabili che gli scienziati hanno dovuto prendere in considerazione sono molteplici, tra cui la plausibilità, ovvero quanto il volontario percepiva come reale la scena che stava vivendo nel laboratorio (verificata attraverso un questionario) e la conoscenza o meno dell’esperimento originale di Milgram (27 dei 60 volontari hanno ammesso di esserne a conoscenza).

Sono anche stati misurati alcuni parametri biodinamici come il battito cardiaco, scoprendo che i volontari che avevano fatto parte del gruppo di molestatori presentavano una frequenza cardiaca più bassa (non significativa, comunque).

Ai fini dell’esperimento era importante suddividere in due fasce il numero di shock inflitti all’allieva: LOW (numero di shock inflitti inferiore a 15) e HIGH (numero di shock inflitti superiore a 15).

Interessante il dato nella tabella sottostante:

Anche se uno studio di piccola scala non ne fornisce un’immagine netta e conclusiva, i volontari che hanno impersonato la Donna vittima di molestia hanno somministrato mediamente circa la metà del numero di shock rispetto a quelli che avevano impersonificato il membro dei molestatori (il gruppo di controllo si pone all’incirca a metà tra i due gruppi).

Perché questi risultati? Probabilmente per uno di questi motivi: l’identificazione con la donna (nella simulazione del Milgram l’allievo è una donna) e la delegittimazione del gruppo (nella simulazione del Milgram gli sperimentatori sono tutti uomini).

Può una simulazione VR suscitare un dibattito etico? Certo che sì!

La realtà virtuale, specie se particolarmente immersiva, quando riproduce una situazione realistica può temporaneamente diventare “vera” per alcuni soggetti: produrre nuovi ricordi, traumi, esperienze che stimolano reazioni fisiologiche.

Poco importa, quindi, che i volontari fossero calati in una simulazione computerizzata e non nel mondo reale. I ricercatori hanno comunque dovuto fare il necessario debrief ai volontari: spiegar loro a che tipo di esperimento avevano partecipato e ricalalarli -attraverso la realtà virtuale- nel medesimo scenario del bar, ma senza molestie o esperienze potenzialmente traumatizzanti, con la “donna” a rassicurarli:

Hi again, now that we have finished the experiment I want you to know that I am alright, don’t worry, I did not suffer any pain.

Debrief post-esperimento

Inoltre, un follow-up psicologico dopo una settimana dalla fine dell’esperimento (a cui non tutti, per motivi di lavoro o altri impegni, hanno preso parte).

La realtà virtuale è quindi il futuro della sperimentazione psicologica e sociologica?

Chissà. Usando la simulazione computerizzata si può, idealmente, ricreare qualsiasi esperimento psicologico del passato (e inventarne di nuovi, chiaramente) in un ambiente che non lede l’incolumità fisica dei volontari.

Va precisato tuttavia che la realtà virtuale può davvero rappresentare una esperienza più-vera-del-vero e non è escluso che possa, al pari del mondo reale, generare traumi e ferite psicologiche in soggetti più sensibili o predisposti.

Già oggi la cosiddetta “Virtual Reality Therapy” è considerata un valido strumento per trattare ansia, sindrome da stress post-traumatico, depressione ma anche come supporto alla riabilitazione fisica.

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Pavel Fucsovic
Nato in Croazia ma naturalizzato Italiano, Laureato in Scienze Motorie e raffinato scrittore di brevi racconti. Collabora anche con testate web locali del Nord-Est. ------ Note biografiche disponibili nella pagina Redazione | Tutti gli articoli, ove non espressamente specificato, sono sottoposti a Revisione Scientifica e Fact Checking.
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