Scienza Maledetta

Il Bobo Doll Experiment del Dottor Bandura [1961]

Durante gli anni ’60, lo psicologo canadese Albert Bandura condusse una serie di esperimenti sull’apprendimento osservazionale, noti collettivamente come “Esperimento della bambola Bobo“.

Rispetto ad altri esperimenti già riportati in “Scienza Maledetta“, quelli che videro protagonista, suo malgrado, la bambola Bobo sono più “soft” e non genereranno nel lettore inquietudine o malessere. Tuttavia, sollevarono non poche critiche da parte della comunità scientifica e psicologica per l’uso di bambini, che vennero sottoposti, senza alcuna cautela, a stimoli visivi di natura violenta, e non vi fu alcun follow-up per verificare che questi esperimenti non avessero causato problemi nel breve e medio termine.

Il Bobo Doll Experiment spiegato dallo stesso Bandura

In Rete si trovano diversi video footage dell’epoca, che ritraggono il Dottore e le fasi salienti dell’esperimento.

Dal Canale Youtube: Geert Stienissen

Condotto nello stesso anno del celebre “Milgram Experiment“, Il Bobo Doll Experiment fu uno studio sperimentale controllato per indagare se i comportamenti sociali (ad es: l’aggressività) possono essere acquisiti mediante osservazione e imitazione.

Furono testati 36 bambini e 36 bambine di età compresa tra 3 e 6 anni della Stanford University Nursery School.

I ricercatori fecero inizialmente un pre-test per valutare l’aggressività del singolo bambino osservandolo nella sua quotidianità nella scuola materna, giudicandolo per il comportamento (o la tendenza) aggressivo su quattro scale di valutazione a 5 punti. Fu quindi possibile abbinare i bambini di ciascun gruppo in modo da avere livelli simili di aggressività nel loro comportamento quotidiano. L’esperimento è quindi un esempio di progettazione di coppie abbinate.

Per testare l’affidabilità inter-rater degli osservatori, 51 dei bambini furono valutati anche da due osservatori esterni in modo indipendente e le loro valutazioni furono confrontate con quelle iniziali. Le valutazioni mostrarono una correlazione di affidabilità molto elevata (r = 0,89).

I 72 bambini furono divisi in tre gruppi da 24 (12 bambine + 12 bambini): coloro che avevano manifestato tendenza all’aggressività, coloro che non avevano manifestato tendenza all’aggressività e un terzo gruppo, di controllo, formato da bambini che non avevano manifestato un’attitudine particolare né all’aggressività né alla passività.

L’esperimento iniziò.

Fase 1

In una stanza, definita di “Modeling“, il bambino veniva condotto e portato in un angolo della stanza in cui c’era un tavolo e una serie di giochi “neutri”: cubi, figure da colorare ecc. All’altro angolo della stanza c’era una figura, gonfiabile, di un clown (Bobo), verso cui un adulto (il “modello”) esprimeva aggressività fisica e verbale: pugni, calci, martellate, urla. Il modello aggressivo veniva osservato da 24 bambini.

Ad altri 24 bambini, singolarmente, e sempre della stanza di Modeling, veniva invece fatto osservare un modello adulto che invece non mostrava alcuna aggressività nei confronti di Bobo. Giocava anch’egli al tavolino posto all’altro angolo della stanza rispetto al bambino e, di fatto, ignorava la bambola.

L’ultimo gruppo, di 24 bambini, entrò, sempre singolarmente, nella stanza di Modeling ma senza osservare alcun modello. Era il gruppo, cosiddetto, di controllo.

Fase 2

Tutti i bambini, sempre singolarmente, vennero condotti in una seconda stanza, che conteneva alcuni giocattoli. Venivano lasciati giocare per 2 minuti quando lo sperimentatore li interrompeva.

Questi sono i miei giocattoli migliori e preferisco che siano altri bambini a giocarci. Però puoi giocare liberamente con i giocattoli della terza stanza.

Lo sperimentatore, in una fase definita “Aggression Arousal” nella seconda stanza.


Il fine, ovviamente, fu quello di provocare aggressività nel bambino, che si vedeva rifiutare l’uso dei giochi perché “altri bambini” gli erano stati preferiti.

Fase 3

Nella terza stanza il bambino si trovava al cospetto di due tipologie di giocattoli: quelli non-aggressivi, come pastelli per colorare, orsacchiotti e animali in plastica e quelli aggressivi, come un martello, pistola a dardi e… Bobo Doll.

Il bambino veniva lasciato nella stanza per 20 minuti e osservato attraverso un finto specchio. Venivano raccolti dati sul comportamento del bambino ogni 5 secondi. Alla fine di ogni bambino venivano raccolti 240 dati.

Ecco… questo era uno di quelli aggressivi, tipo…

Risultati dell’esperimento

I bambini che avevano osservato il modello aggressivo produssero più risposte imitative rispetto a quelli che facevano parte dei gruppi non aggressivi o di controllo.

Altri risultati interessanti erano che i maschi avevano maggiori probabilità di imitare i modelli dello stesso sesso rispetto alle bambine. L’imitazione di modelli dello stesso sesso, da parte delle femmine, non fu percentualmente rilevante. Inoltre, i bambini imitavano atti più aggressivi rispetto alle femmine. A livello di aggressività verbale, vi fu poca differenza tra bambini e bambine.

Critiche all’esperimento

Per gli standard dell’epoca (pensiamo ad esempio agli esperimenti per insegnare a parlare un delfino o all’Hofling Hospital Experiment) il Bobo Doll Experiment presentava un protocollo di sperimentazione: totale controllo delle variabili, replicabilità dell’esperimento, finalizzato a stabilire una causa-effetto certa.

Tuttavia, non mancarono di certo le accuse di scarsa moralità dell’esperimento. In primis, l’aver coinvolto dei bambini su cui, come prima scritto, non furono mai effettuati controlli per verificare problemi a medio termine derivanti dalla partecipazione all’esperimento.

Ci furono obiezioni anche sul piano prettamente metodologico: la situazione sociale che si è ricreata per l’esperimento è limitata e ben lontana dall’essere una situazione normale. Inoltre i bambini furono selezionati da un medesimo ambiente, quindi abbastanza simili tra loro per razza, status sociale, educazione di base.

La critica più feroce, tuttavia, riguardava due aspetti della fase di “modeling”: nessuna interazione tra bambino e il modello (inoltre bambino e modello non si conoscevano) e nessuna conseguenza per il modello (punizione? ricompensa?) a seguito del comportamento aggressivo o non aggressivo tenuto con Bobo.

Bobo Doll Experiment 2.0 (1963)

In merito all’ultima critica, Bandura (che di tempo libero a quanto pare ne aveva da vendere) organizzò un’espansione dell’esperimento, una sorta di Bobo Doll Experiment 2.0. Identico al precedente, ma con un elemento in più nella fase di modeling: il modello (aggressivo) riceveva una punizione o una ricompensa al termine della permanenza nella prima stanza.

Divisi in due gruppi, i bambini osservarono in stanza 1:

  • modello aggressivo che viene premiato per la sua aggressività, oppure
  • modello aggressivo che viene punito per la sua aggressività, oppure
  • modello che non compie alcuna azione (gruppo di controllo)

I bambini del gruppo “modello aggressivo che viene punito” avevano imparato l’aggressività con l’apprendimento osservazionale, ma non lo imitavano perché si aspettavano conseguenze negative. Il rinforzo ottenuto guardando un’altra persona (e le conseguenze di un’altra persona) è noto come “rinforzo vicario“.


Fonti:

Influence of models’ reinforcement contingencies on the acquisition of imitative responses. (1965, Albert Bandura, PDF, Eng)

Transmission of aggression through imitation of aggressive models. (1961, Albert Bandura, HTML, Eng)

Ethical Dilemma: Bobo Doll Experiment (HTML, Eng)

Pavel Fucsovic
Pavel Fucsovic
Nato in Croazia ma naturalizzato Italiano, Laureato in Scienze Motorie e raffinato scrittore di brevi racconti. Collabora anche con testate web locali del Nord-Est.