Recensioni

Ronnie Coleman: The King (2018)

Il documentario del 2018 ripercorre (dalla fine degli anni ’90 ad oggi) la vita e la carriera di Ronnie Coleman, considerato il più grande body builder di tutti i tempi. Dal filotto di vittorie a Mister Olympia (8, record tutt’ora imbattuto) agli effetti devastanti sul corpo di allenamenti quotidiani con carichi inumani.

Introduzione

Ognuno di noi ha un preciso motivo per cui, la prima volta, mette piede in palestra. C’è chi vuole dimagrire o rimettersi in forma, chi lo fa per seguire il miglior amico, chi per recuperare da un infortunio.

Io appartengo alla categoria: “La mia primissima fidanzatina mi lasciò per uno con le spalle più larghe delle mie“. Storia vera. Avevo 19 anni. Il giorno dopo, senza perder tempo in stalking e recriminazioni (“ti ho dato i 3 mesi e 6 giorni migliori della mia vita!“) tipiche dei mezzi uomini, stavo eseguendo le mie prime alzate laterali in una sala attrezzi di Via Brandizzo, Barriera di Milano, Torino [Oggi non esiste più. La palestra, intendo. Quel quartiere di merda purtroppo sì – N.d.A].

Non ho più smesso di allenarmi. Alpha as Fuck!

Siamo nel 1999. Su un muro della palestra dove mi alleno, a Mirafiori Sud [Solo quartieri TOP, io! – N.d.A.], campeggia il poster di un culturista di colore. Ha un fisico clamoroso. Sembra una mappa della muscolatura umana, ma in scala 3:1. Rimango imbambolato nell’osservare la direzione delle fibre dei pettorali alti e bassi, la vascolarizzazione dei quadricipiti, la definizione assurda degli addominali.

Quella foto basta, da sola, ad incutere rispetto per il luogo dove mi trovo. non c’è bisogno di un personal che mi spinga a dare di più; è sufficiente guardare le braccia di questo atleta per trovare la motivazione a completare una serie di curl in più.

In basso a destra del poster una scritta: Ronnie Coleman, IFBB Mr Olympia 1998.

Ronnie Coleman: The King

Trailer

Siamo nel 2000, e nonostante Ronnie Coleman sia già un PRO del culturismo (due volte vincitore di Mister Olympia), presta regolare servizio presso il corpo di Polizia di Arlington. Lo vediamo nella sua quotidianità: il briefing giornaliero con il capo del dipartimento, interventi di routine per violenza domestica e il baracchino per la pausa pranzo: 18 kg di pollo senza pelle con una badilata di salsa barbecue. Così, giusto per aprire lo stomaco.

Sotomayor!

Titoli di testa. Osserviamo “il Re” eseguire un deadlift (stacco da terra): in pochi fotogrammi si apprezza una tecnica di esecuzione dimmerda. Se vogliamo, è un po’ un mezzo spoiler di tutte le sfighe fisiche che lo affliggeranno anni dopo e che sono ampiamente documentate nel film: carichi ben oltre il buon senso, sollevati con una tecnica assai lontana dall’essere perfetta.

Problemi di salute con cui si apre il documentario. Ronnie Coleman, ormai ritiratosi, soffre di gravi problemi ad anche e schiena, che più di una volta lo hanno portato sul lettino della sala operatoria. Sette per la precisione. Per camminare si serve di stampelle. La qualità della sua vita è strettamente connessa all’uso di antidolorifici.

E il film inizia alla vigilia dell’ottava operazione chirurgica.

Uomini col borsello.

Segue carrellata di testimonianze di vecchie glorie del body building professionistico (Flex Wheeler, R. Gaspari ecc.) che ne tessono le lodi rimembrando, non senza un pizzico di nostalgia, i bei tempi di inizio millennio. Messe l’una di seguito all’altra, le lingue precisamente direzionate verso il deretano di Coleman raggiungerebbero i 3 km.

Torniamo al presente e intervistiamo Coleman. Ci narra dell’adolescenza a Monroe, di come fosse naturalmente portato per pressoché ogni tipo di sport, tra cui il football americano, ma che la sua grande passione era la Pesca.

Immagini di repertorio documentano gli allenamenti di Coleman nel periodo di massimo splendore fisico. Flex Wheeler ci rimembra che sollevava pesi tali da umiliare persino Arnold Swharzenegger.

Coleman, nel 2018, è ormai più che benestante. Guida una Rolls Royce (oltre ad un paio di SUV che non manca di esibire durante il film), ha una bella moglie e due figlie.

Comunque, mi si perdoni la digressione. Questo documentario è noiosissimo. Più noioso che ascoltare mia madre che parla di manovre finanziarie. Stampelle. Antidolorifici. Stampella caduta. L’occhio della madre. Il montaggio analogico. Posso scambiare la recensione di questo documentario con tre frustate? Preferisco.

Ancora quotidianità. Andare a prendere le figlie all’asilo. Dovrebbero inventare un bazooka installato sotto la scrivania rivolto verso i testicoli del recensore: lo testerei volentieri in questo momento.

Nonostante il dolore cronico, il Re non manca l’appuntamento quotidiano con l’allenamento in palestra con l’amico e trainer Jason “Big J” English.

Torniamo con la mente al passato, ricordando i gloriosi esordi alla Metroflex Gym di Arlington.

Come agonista (e futuro uomo immagine) riuscì ad assicurarsi un abbonamento gratuito alla struttura. La Metroflex è tutt’ora in attività: grezza, minimale, non certo la palestra dove andare a cazzeggiare e rimorchiare MILF. [Sì, Virgin Active, sto parlando di voi! – N.d.A.]. Jay Cutler la definisce un “dungeon”.

Flashback dei tempi che furono si alternano ad immagini, impietose, del presente, che vedono Coleman ingobbito e claudicante salire a fatica sulla cyclette.

Soprattutto: il presente è caratterizzato da visite mediche e trattamenti per la schiena e le anche. Colpevole principale è lo Squat, di cui Coleman era considerato specialista. Famosa, inoltre, la TONNELLATA (1000kg) che riuscì a sollevare alla Leg press. La vedremo, verso la fine del documentario.

Un footage del 1998 ci sbalza nuovamente nel passato: lo rivediamo fare deadlift. Tecnica leggermente migliore rispetto ai fotogrammi presentati nella sigla iniziale. E vincere il primo titolo di Mister Olympia, ai danni di Flex Wheeler. Ci si commuove. O meglio: LUI si commuove. Le lacrime che solcano il mio viso in questo momento sono causate dall’ennesimo sbadiglio isterico.

L’ex culturista è, nel presente, business man di se stesso: gestisce un brand di successo, il Ronnie Coleman Signature Series™, che produce e vende integratori. La stessa carriera che ha percorso Richard Gaspari con la Gaspari Nutrition, insomma.

Con un rapido salto spazio-temporale [ovvero: io che mi sono rotto le palle e schiaccio il tasto di avanzamento veloce – N.d.A.] siamo nel 2006. Jay Cutler scalza Coleman dal trono di Mr. Olympia. L’inizio del declino.

Arriva il giorno dell’operazione. L’ennesimo intervento alla schiena non fermerà Coleman dal proseguire gli allenamenti e prendersi, amorevolmente, cura della famiglia.

Qualche altro pompino sparso da parte degli ex colleghi culturisti e, finalmente, partono i titoli di coda.


Giudizio Complessivo: 5/10

Interviste, footage di archivio, riprese della quotidianità di Ronnie Coleman, oggi. Niente di tecnicamente complesso. Per apprezzare il documentario, bisogna essere fan sfegatati del culturista texano. Chiunque altro -eccomi!- sbadiglierà spesso e volentieri.

Qualità tecnica: 6/10

Senza infamia e senza lode. Documentario character driven a budget contenuto. Livello tecnico: primo anno al DAMS.

Rispetto per lo spettatore: 4/10

Il documentario è finalizzato a glorificare la figura di Coleman. E a tal scopo omette, completamente e programmaticamente, l’intera questione steroidi. Il culturista viene presentato come geneticamente migliore degli altri, una forza della natura, una bestia. Tutto giusto. Ma ci si dimentica di specificare che la sua carriera non avrebbe avuto luogo senza l’uso, sistematico, di anabolizzanti che avrebbero stroncato un cavallo.

Plausibilità scientifica: N/D

Non c’è scienza in questo documentario. Né la scienza dell’allenamento, né la scienza dell’integrazione alimentare, tanto meno la scienza degli steroidi.


Ronnie Coleman: The King (Scheda Tecnica)

Genere: Documentario

Durata: 1h 33′

Regista: Vlad Yudin

Anno: 2018

Scheda IMDB

Audio: italiano / inglese

Sottotitoli: italiano disponibile

Distribuzione: Netflix

Giudizio globale: 5/10

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Stuart Delta
Stuart Delta
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Morgan

Recensione che condivido. Il docu è davvero noioso.
L’argomento anabolizzanti di sintesi è un tabu storico del body building. E’ normale che in un biopic celebrativo su Coleman non se ne sia fatto minimamente accenno. A certi livelli TUTTI ne fanno uso, ma si continua a perpetrare il mito dell’atleta che allenandosi duramente diventa enorme e definito per genetica o abnegazione allo sport.
Possiamo dire che la genetica di Coleman lo rendeva immune agli anabolizzanti..